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Altro che monologo, la scuola 2.0 è conversazione

School 20, from David Warlick
In questa immagine, proposta da David Warlick, esperto di nuove tecnologie didattiche, è iconicamente sintetizzata la differenza tra scuola 1.0 e scuola 2.0. Il riferimento è ovviamente alla differenza tra Web 1.0 e Web 2.0, di cui tanto si parla in questi ultimi burrascosi tempi digitali.

La prima (la scuola 1.0) è lineare, basata sulla statica gravità del monologo, prevedibile nei suoi processi formativi. La scuola 2.0 è, al contrario, più dinamica e sfocata, meno prevedibile quanto a processi e suoi risultati, basata sulla forza propulsiva e collaborativa delle conversazioni.

La scuola 2.0 è anche, scendendo ad un livello più pratico, una questione di tecnologie. Ovvero fa riferimento a quelle novità del Web 2.0 assimilabili in qualche modo al mondo della scuola. Ne scrive Alberto Piccini, che elenca una serie di risorse ed attori del web didattico italiano. Strumenti e tecnologie sui quali ha scritto un po’ di tempo fa Natalia Visali nel suo blog. Strumenti e tecnologie che hanno vita facile e diffusione rapida e virale anche per la loro natura poco elitaria e molto conversazionale - alla portata di qualsiasi competenza e qualsiasi bisogno didattico e comunicativo. Anche (se non soprattutto) degli studenti. Così sintetizza il cambiamento la Visali: «Gli strumenti del Web 2.0 hanno ampliato le funzionalità di Internet: da grande biblioteca, va diventando sempre di più piazza, ma anche ufficio, stanza per le riunioni, sala conferenze, laboratorio di scambio di idee e informazioni».

Il concetto di Web 2.0 è però, in fondo (e a rimorchio anche la sperabile Scuola 2.0 che verrà), un concetto ombrello, che riunisce sotto di sé molteplici punti di vista e talora discordanti accezioni concrete. Su una cosa pare esserci comune accordo: la spinta originaria del Web 2.0 è stato il fenomeno dei blog personali. Che hanno di fatto portato sulla Rete chiunque avesse voglia di comunicare, arricchendo continuamente la Rete di nuovi nodi, nuove esperienze e nuove soluzioni a vecchi problemi. Sdoganando il bisogno comunicativo dalle competenze tecniche. Liberando il desiderio di conversare dalla necessità di affidarsi ad intermediare che la gestissero, spesso inquinandola. E per molti formatori, insegnanti e studenti, questo Web 2.0 vivificato dalla presenza viva dei blog personali, è diventato un luogo assai utile a sperimentare (seppur con alterne fortune) nuove modalità didattiche.

Anne Ryman, della Arizona Republic, racconta del successo degli esperimenti di blog, podcast e wiki messi in cantiere dalle Università dell’Arizona - che vantano un ecosistema comunicativo di tutto rispetto, forte di più di 600 blog e 160 podcast attivi tra studenti e docenti. E alla fine tutti contenti, a quanto pare: gli studenti dichiarano di aver imparato di più e meglio, e i docenti di aver trovato nuovi stimoli e nuove attenzioni. Entrambi grazie all’uso intenso degli strumenti conversativi del Web evoluto.

E in Italia? Così e così. Male non va, ma c’è molto ancora da fare. Segnalo a questo proposito un’indagine esplorativa sui “Weblog nei contesti didattici” (in pdf) condotto e curato da Chiara Frisio, ricercatrice al Dipartimento di Pedagogia della Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Il report fornisce una prima fotografia dei blog didattici italiani. L’universo di riferimento sono 23 blog didattici dei primordi, analizzati secondo vari indicatori: tipologia di blog, durata dell’esperienza, continuità dell’esperienza, progettualità, vivacità comunicativa, direzione delle dinamiche comunicative, attività svolte sul blog, uso della tecnologia, segnalazioni. Nonostante l’universo esiguo (ma seguiranno interviste più qualitative), interessanti sia dati che riflessioni.


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